Modalità di tassazione dell’una tantum per vacatio contrattuale

Con la Risposta a interpello n. 367 del 2020, l’Agenzia delle Entrate ha indicato le modalità di tassazione delle somme una tantum previste, in sede di rinnovo del CCNL, in favore dei lavoratori dipendenti, per compensare i mancati incrementi dei minimi contrattuali riferibili al periodo di vacatio contrattuale.

Il chiarimento viene fornito dall’Agenzia delle Entrate in risposta all’interpello di un’associazione datoriale firmataria del rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Categoria.


In sede di rinnovo della parte normativa ed economica del CCNL è stata prevista l’erogazione di un importo forfetario a titolo di “una tantum per il pregresso”, non riparametrato per livello di inquadramento, a tutti i dipendenti titolari di contratto a tempo indeterminato che risultino in forza ad una determinata data ed abbiano prestato attività lavorativa nel periodo di vacatio contrattuale (nella fattispecie 1° gennaio 2017 – 31 dicembre 2019).
Il dubbio posto dall’interpello riguarda le modalità di tassazione di tali somme: progressiva o separata.


Secondo l’Agenzia delle Entrate le somme suindicate sono riconducibili agli emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di contratti collettivi, e pertanto devono ritenersi soggette alla tassazione separata.


Infatti, l’applicazione della tassazione separata è prevista, tra l’altro, nel caso di erogazione di “emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di leggi, di contratti collettivi, di sentenze o di atti amministrativi sopravvenuti o per altre cause non dipendenti dalla volontà delle parti” (art. 17, co. 1, lett. b), del TUIR).
La modalità di tassazione separata ha lo scopo di evitare che, nei casi di redditi percepiti con ritardo rispetto alla loro maturazione, avvenuta in periodi d’imposta precedenti, il sistema della progressività delle aliquote possa determinare un pregiudizio per il contribuente, con una lesione del principio di capacità contributiva.


In proposito è stato chiarito che il regime di tassazione separata non trova applicazione nei casi in cui la corresponsione degli emolumenti in un periodo d’imposta successivo a quello di maturazione deve considerarsi fisiologica rispetto ai tempi tecnici o giuridici occorrenti per l’erogazione degli emolumenti stessi.
Qualora, invece, ricorra una delle cause cd. giuridiche individuate dalla norma, ovvero il sopraggiungere di norme legislative, di sentenze, di provvedimenti amministrativi o di contratti collettivi, per l’applicazione della tassazione separata non é richiesta alcuna indagine in ordine al ritardo nella corresponsione, ovvero alcuna valutazione sul carattere fisiologico del ritardo.
Inoltre, è stato precisato che in presenza e in attuazione di contratto collettivo è sufficiente che l’erogazione degli emolumenti avvenga in un periodo d’imposta successivo a quello cui gli emolumenti stessi si riferiscono per realizzare le condizioni per l’applicazione della tassazione separata.


Nel caso di specie, considerato che il nuovo CCNL dispone l’erogazione di una somma “una tantum”, volta a compensare i mancati incrementi dei minimi contrattuali riferibili al periodo di vacatio contrattuale, si configura quella causa di carattere giuridico che consente l’applicazione della tassazione separata.

Nessuna imposta sulla raccolta fondi per gli iscritti a Federazione professionali colpiti dal COVID-19


La raccolta fondi per gli iscritti ad una Federazione professionale colpiti dal COVID-19, non genera materia imponibile in capo ai beneficiari, in quanto non inquadrabile in alcuna delle categorie reddituali di cui all’art. 6 del TUIR (Agenzia Entrate – Risposta 17 settembre 2020, n. 368).

La Federazione, ente pubblico non economico, sussidiario dello Stato, nel mese di aprile 2020, ha attivato una raccolta fondi destinata ad alimentare il fondo di solidarietà per supportare con l’intero ammontare delle donazioni i propri iscritti colpiti da COVID-19 e le loro famiglie.
La Federazione chiede all’Agenzia quali siano gli obblighi in capo alla stessa in merito all’assoggettamento a ritenuta d’acconto e certificazione degli importi da corrispondere sulla base delle finalità e con i criteri sopra riportati.

Con il decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, sono state introdotte misure volte a proteggere la salute dei cittadini, nonché a sostenere il sistema produttivo e salvaguardare la forza lavoro, prevedendo specifiche disposizioni, anche di carattere tributario, volte ad affrontare l’impatto economico dell’emergenza COVID-19 sui lavoratori, sulle famiglie e sulle imprese.
In particolare, l’articolo 27 del decreto Cura Italia riconosce ai liberi professionisti titolari di partita IVA attiva alla data del 23 febbraio 2020 e ai lavoratori titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa attivi alla medesima data, iscritti alla Gestione separata, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, un’indennità per il mese di marzo 2020, pari a 600 euro.
Il successivo articolo 28, invece, riconosce ai lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’Ago, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, ad esclusione della Gestione separata, un’indennità per il mese di marzo 2020,pari a 600 euro.
Le citate indennità sono erogate dall’INPS, previa domanda, e non concorrono alla formazione del reddito imponibile ai fini IRPEF.
Nella fattispecie rappresentata nell’istanza, le indennità, alcune delle quali erogate a titolo di rimborso spese, sono corrisposte direttamente dalla Federazione istante e non dall’Ente previdenziale previa domanda dell’interessato,come richiesto dal legislatore.
Ne consegue che alle indennità in esame non possono essere estesi in via analogica i regimi esentativi previsti dagli articoli 27 e 28 del decreto Cura Italia, dal momento che sono erogate non nel rispetto dei presupposti richiesti dal legislatore.
Ciò considerato, l’Agenzia osserva che il Regolamento, disciplinante la campagna di raccolta fondi in esame, prevede, tra l’altro,che la predetta raccolta ha carattere di straordinarietà ed è realizzata in conformità di quanto previsto dall’articolo 99 del D.L. n. 18 del 2020 secondo cui «per le erogazioni liberali di cui al presente articolo, ciascuna pubblica amministrazione beneficiaria attua apposita rendicontazione separata, per la quale è autorizzata l’apertura di un conto corrente dedicato presso il proprio tesoriere, assicurandone la completa tracciabilità. Al termine dello stato di emergenza nazionale da COVID-19, tale separata rendicontazione dovrà essere pubblicata da ciascuna pubblica amministrazione beneficiaria sul proprio sito internet o, in assenza, su altro idoneo sito internet, al fine di garantire la trasparenza della fonte e dell’impiego delle suddette liberalità».
“Le erogazioni avverranno esclusivamente a mezzo bonifico bancario dal conto corrente dedicato sulla base dei criteri elencati nelle parti seguenti. La Federazione registrerà in modo separato ciascuna singola erogazione rilasciando al beneficiario le certificazioni previste dalla normativa vigente. Sulla piattaforma saranno visibili le donazioni effettuate”.
Infine è previsto che «Qualora al termine della campagna siano presenti nel fondo di solidarietà … delle somme non impegnate e non erogabili, … le stesse saranno destinate, previa delibera del Comitato Centrale» a specifiche iniziative nei confronti degli iscritti.
In ragione di tali disposizioni, per l’Agenzia è ragionevole considerare la Federazione istante, nella fattispecie rappresentata, un mero strumento organizzativo nella raccolta e nella destinazione delle donazioni che, altrimenti, sarebbero versate direttamente agli iscritti colpiti da COVID-19.
Considerato che in quest’ultima ipotesi, tali erogazioni non genererebbero materia imponibile in capo ai beneficiari, l’Agenzia ritiene, analogamente, che le medesime indennità percepite per il tramite della Federazione istante non possano costituire reddito imponibile per i beneficiari, in quanto non inquadrabili in alcuna delle categorie reddituali di cui all’articolo 6 del Tuir.

Dall’Iva agevolata è esclusa la produzione di liquidi/gel cosmetici igienizzanti


I saponi liquidi cosmetici e i gel cosmetici igienizzanti non rientrano nella categoria dei “detergenti disinfettanti mani” per i quali l’art. 124 del Decreto Rilancio prevede, per le cessioni effettuate entro il 31 dicembre 2020, l’esenzione dall’imposta sul valore aggiunto e, per le cessioni effettuate a partire dal 1° gennaio 2021, l’aliquota IVA ridotta del 5% (Agenzia Entrate – risposta 17 settembre 2020, n. 370).

Il Decreto Rilancio ha introdotto una disciplina IVA agevolata in relazione alla cessioni di determinati beni, ivi elencati, considerati necessari per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19.


In particolare, le cessioni dei beni ivi indicati sono esenti da IVA se effettuate entro il 31 dicembre 2020, mentre se effettuate a partire dal 1° gennaio 2021, dette cessioni sono assoggettate all’aliquota IVA del 5%.


Tra i beni elencati figurano i “detergenti disinfettanti mani”.


Al riguardo, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli nel mese di maggio, ha fornito dei primi chiarimenti sulla disciplina, individuando anche i codici TARIC dei beni agevolati.


Per i “detergenti disinfettanti mani”, l’ ADM individua diversi codici del Capitolo 34, precisamente “ex 34011100, ex 34011900, ex 34012010, ex 34012090, ex 34013000, ex 34021200, nonché ex 380894”.


Questi codici sono preceduti dalla particella “ex”, che significa “una parte di”. Quanto a significare che la voce doganale richiamata ha una portata più ampia e pertanto occorre individuare all’interno della stessa, quali beni siano agevolabili ai sensi dell’art. 124.


Riguardo al caso di specie, i saponi liquidi cosmetici e i gel cosmetici igienizzanti non possono essere ricondotti al codice TARIC 3401 3000 che individua i seguenti beni: “Saponi; prodotti e preparazioni organici tensioattivi da usare come sapone, in barre, pani, pezzi o soggetti ottenuti a stampo, anche contenenti sapone; prodotti e preparazioni organici tensioattivi per la pulizia della pelle, sotto forma liquida o di crema, condizionati per la vendita al minuto, anche contenenti sapone; carta, ovatte, feltri e stoffe non tessute, impregnati, spalmati, o ricoperti di sapone o di detergenti”.


Il codice 3401 3000 in particolare identifica “Prodotti e preparazioni organici tensioattivi per la pulizia della pelle, sotto forma liquida o di crema, condizionati per la vendita al minuto, anche contenenti sapone”.


Nessuna proprietà disinfettante è dunque ivi richiamata.


Pertanto, l’agevolazione Iva non trova applicazione nei confronti di beni con finalità di cosmesi.

No al contributo a fondo perduto per l’associazione tra professionisti


18 SETT 2020 Non sono inclusi tra i fruitori del contributo i professionisti iscritti agli enti di diritto privato di previdenza obbligatoria di cui ai decreti legislativi 30 giugno 1994, n. 509 del 10 febbraio 1996, n. 103. Ne consegue che, gli studi associati composti da tali soggetti, non acquisendo propria autonomia giuridica rispetto ai singoli soggetti, restano parimenti esclusi. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 18 settembre 2020, n. 377)

lI Decreto Rilancio (art. 25, DL n. 34/2020) ha introdotto un contributo a fondo perduto, erogato direttamente dall’Agenzia delle entrate e destinato ad alcune tipologie di soggetti colpiti dall’emergenza epidemiologica “Covid 19”.
In particolare, il predetto articolo prevede che è riconosciuto un contributo a fondo perduto a favore dei soggetti esercenti attività d’impresa e di lavoro autonomo e di reddito agrario, titolari di partita IVA, di cui al testo unico delle imposte sui redditi.
Sono esclusi dal beneficio alcuni soggetti tra cui, i lavoratori dipendenti e professionisti iscritti agli enti di diritto privato di previdenza obbligatoria.
Le condizioni che devono sussistere ai fini dell’accesso al contributo a fondo perduto COVID-19 sono le seguenti:
1. nel periodo d’imposta precedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto (1 gennaio 2019 – 31 dicembre 2019 per i soggetti il cui periodo d’imposta coincide con l’anno solare), l’ammontare dei ricavi derivanti dalla gestione caratteristica, di cui all’articolo 85, comma 1, lettere a) e b), del TUIR, o i compensi derivanti dall’esercizio di arti o professioni, di cui all’articolo 54, comma 1, del medesimo TUIR, non siano superiori a 5 milioni di euro;
2. l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi del mese di aprile 2020 sia inferiore ai due terzi dell’ammontare del fatturato e dei corrispettivi del mese di aprile 2019.
Con riferimento agli “Studi associati composti da professionisti iscritti alle casse di Previdenza” è stato affermato che non sono inclusi tra i fruitori del contributo i professionisti iscritti agli enti di diritto privato di previdenza obbligatoria di cui ai decreti legislativi 30 giugno 1994, n. 509 del 10 febbraio 1996, n. 103. Ne consegue che, gli studi associati composti da tali soggetti, non acquisendo propria autonomia giuridica rispetto ai singoli soggetti, restano parimenti esclusi.
Le sanzioni non sono comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria, non saranno dovute le predette sanzioni anche nel caso in cui il contribuente, che abbia già fruito del contributo qui in esame, solo a seguito della pubblicazione dei chiarimenti conosca di avere assunto un comportamento non coerente.

Al via le misure per il credito d’imposta patrimonializzazione delle PMI e il Fondo Patrimonio PMI


Con il comunicato del 16 settembre 2020, il Ministro dello Sviluppo Economico ha reso noto che, con il Ministro dell’Economia e delle Finanze e l’Amministratore delegato di Invitalia, è stato firmato il decreto attuativo del programma denominato “Pari Passu”, che prevede incentivi sotto forma di credito d’imposta per gli aumenti di capitale effettuati dalle imprese, e istituito il “Fondo Patrimonio PMI” per il co-investimento da parte dello Stato, che potrà contare su una dotazione iniziale di 4 miliardi e che verrà gestito da Invitalia.

Le misure sono destinate a società di capitali o cooperative (ad esclusione di quelle che operano nei settori bancario, finanziario e assicurativo) che abbiano sede legale in Italia, con ricavi compresi fra 5 e 50 milioni di euro, e che abbiano subito una riduzione complessiva dei ricavi nei mesi di marzo e aprile 2020 pari ad almeno il 33% rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente e che per questo motivo abbiano deliberato ed eseguito un aumento di capitale, dopo l’entrata in vigore del decreto Rilancio, il 19 maggio 2020, ed entro il 31 dicembre 2020.

Incentivi per patrimonializzazione delle PMI: è previsto un credito di imposta del 20% della somma investita, con un investimento non superiore ai 2 milioni di euro e partecipazione posseduta fino al 31 dicembre 2023, per i soggetti che effettuano conferimenti in denaro in esecuzione di un aumento di capitale, in una o più società, ed un ulteriore credito pari al 50% delle perdite eccedenti il 10% del patrimonio netto, fino a concorrenza del 30% dell’aumento di capitale stesso. Il decreto attuativo sul credito d’imposta prevede la presentazione delle istanze all’Agenzia delle Entrate.

Fondo Patrimonio PMI: il Fondo potrà sottoscrivere obbligazioni o titoli di debito di imprese con ricavi superiori a 10 milioni che effettuano un aumento di capitale non inferiore ai 250.000 euro.
Il decreto attuativo specifica le condizioni e i termini degli strumenti finanziari subordinati che potranno essere sottoscritti a valere sul Fondo stesso. Gli strumenti finanziari subordinati sono remunerati ad un tasso agevolato e non è prevista una valutazione del merito di credito per l’accesso alla misura.
Il finanziamento deve essere destinato ad investimenti, capitale circolante e costi del personale. Vengono incentivati gli investimenti finalizzati alla sostenibilità ambientale o all’innovazione tecnologica, oltre che a fronte del mantenimento dei livelli occupazionali, attraverso una riduzione del valore di rimborso. A salvaguardia delle risorse pubbliche sono previsti obblighi informativi e il monitoraggio sull’andamento delle imprese beneficiarie.
Tra i principali benefici attesi da questa misura ci sono il rafforzamento della struttura patrimoniale delle Pmi, grazie all’apporto dei capitali privati e all’effetto amplificativo del prestito statale, l’immediata liquidità disponibile per le aziende e una maggiore facilità di accesso al credito bancario.
È previsto un processo di richiesta ed erogazione semplice e rapido, gestito da Invitalia, che ha pubblicato a partire dalle ore 12 del 16 settembre, sul proprio sito Internet il modello per la presentazione della domanda e la restante documentazione richiesta ai fini dell’accesso alla misura.


Chiarimenti sulla cessione del credito locazione immobili a uso non abitativo


Fornite precisazioni sulla cessione del credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo, introdotto dall’art. 28, D.L. n. 34/2020 (Agenzia delle Entrate – Risposta 16 settembre 2020, n. 364).

Nel caso di specie, i dubbi esposti dal contribuente riguardano la possibilità di usufruire del credito d’imposta di cui all’articolo 28, del “decreto rilancio”, in relazione ai canoni di locazione che hanno ad oggetto un immobile per il quale non risulta l’iscrizione in Catasto, in quanto “extraterritoriale, nonché la possibilità di cedere il credito al locatore.
Quindi, nel presupposto che il bene condotto in locazione dall’istante sia destinato allo svolgimento effettivo di una delle attività previste dalla legge (industriale; commerciale; artigianale; agricola; di interesse turistico), indipendentemente dalla circostanza che lo stesso non sia “accatastato” in quanto “non accatastabile, (poiché, si tratta di un immobile extraterritoriale) l’Agenzia ritiene che un particolare inquadramento immobiliare non è di per sé dirimente ai fini agevolativi, visto che ciò che rileva è la destinazione del bene immobile.
Ne consegue che il soggetto istante ha diritto all’agevolazione di cui all’articolo 28 del decreto legge n. 34 del 2020, fermo restando il ricorrere degli altri presupposti soggettivi ed oggettivi.
In merito alla cessione del credito, il comma 5-bis dell’articolo 28 del decreto rilancio, aggiunto in sede di conversione, prevede espressamente che: “in caso di locazione, il conduttore può cedere il credito d’imposta al locatore, previa sua accettazione, in luogo del pagamento della corrispondente parte del canone”.

Rimodulazione ambienti di lavoro per misure anti-covid: credito d’imposta per spese accessorie

Con la Risposta n. 362 del 2020 l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che le spese per interventi sugli impianti e sulle superfici della struttura, resi necessari in conseguenza delle opere di redistribuzione degli spazi interni per adeguamento degli ambienti di lavoro alle misure anti-covid 19, possono essere computate ai fini del credito d’imposta previsto dal Decreto Rilancio. Restano invece esclusi dal beneficio gli investimenti in attrezzature che non rientrano tra i cosiddetti “arredi di sicurezza”.

DISCIPLINA AGEVOLATIVA


Il “Decreto Rilancio” prevede un credito d’imposta in misura pari al 60 per cento delle spese sostenute nel 2020, per un massimo di 80.000 euro, in relazione agli interventi di adeguamento degli ambienti di lavoro necessari per far rispettare le prescrizioni sanitarie e le misure di contenimento contro la diffusione del virus COVID-19.
Il beneficio, destinato ai soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico, alle associazioni, alle fondazioni e agli altri enti privati, compresi gli enti del Terzo settore, è riconosciuto per le seguenti spese suddivise in due gruppi, interventi agevolabili e investimenti agevolabili:
1) gli interventi agevolabili sono quelli necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure finalizzate al contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2, tra cui rientrano espressamente:
– quelli edilizi necessari per il rifacimento di spogliatoi e mense, per la realizzazione di spazi medici, di ingressi e spazi comuni, nonché per l’acquisto di arredi di sicurezza. Sono ricomprese in tale insieme gli interventi edilizi funzionali alla riapertura o alla ripresa dell’attività, fermo restando il rispetto della disciplina urbanistica;
– gli interventi per l’acquisto di arredi finalizzati a garantire la riapertura delle attività commerciali in sicurezza (cosiddetti “arredi di sicurezza”).
2) gli investimenti agevolabili sono quelli connessi ad attività innovative, tra cui sono ricompresi quelli relativi allo sviluppo o l’acquisto di strumenti e tecnologie necessarie allo svolgimento dell’attività lavorativa e per l’acquisto di apparecchiature per il controllo della temperatura (c.d. termoscanner) dei dipendenti e degli utenti. In merito alle nozioni di “innovazione” o “sviluppo”, occorre fare riferimento agli investimenti che permettono di acquisire strumenti o tecnologie che possono garantire lo svolgimento in sicurezza dell’attività lavorativa da chiunque prestata (ad esempio: titolari, soci, dipendenti, collaboratori), siano essi sviluppati internamente o acquisiti esternamente.
Il credito d’imposta può essere utilizzato in compensazione tramite modello F24, o in alternativa, entro il 31 dicembre 2021, può essere ceduto, anche parzialmente, ad altri soggetti, ivi compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito.

CHIARIMENTI DEL FISCO


Per quanto concerne gli interventi agevolabili, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che deve trattarsi esclusivamente degli interventi necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure finalizzate al contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2. Nel rispetto della ratio legis, inoltre, è necessario che i predetti interventi agevolabili siano stati prescritti da disposizioni normative o previsti dalle linee guida per le riaperture delle attività elaborate da amministrazioni centrali, enti territoriali e locali, associazioni di categoria e ordini professionali.
Nel rispetto dei predetti elementi, devono ritenersi inclusi tra le spese agevolabili anche tutti i costi relativi ad interventi accessori per i quali risulti dimostrabile (in termini di relazione causa-effetto) che la relativa realizzazione si è resa necessaria a seguito della messa in atto di quelli principali (agevolabili). In particolare, possono essere considerate ai fini della fruizione del credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro:
– le spese edilizie sostenute per il ripristino della pavimentazione degli ambienti nei quali risulta danneggiata la pavimentazione a seguito della rimodulazione degli stessi;
– le spese di rifacimento dell’impianto elettrico, compromesso dallo spostamento delle pareti interne a causa della rimodulazione degli ambienti.
Diversamente, devono ritenersi non agevolabili interventi accessori che si riferiscano a zone diverse da quelle oggetto di rimodulazione, anche se realizzati per ragioni di carattere economico ed estetico.


Per quanto concerne gli investimenti in attrezzature, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che non rientrano tra le spese agevolabili, in quanto non riconducibili agli arredi di sicurezza, né prescritti dalle linee guida per le riaperture delle attività elaborate da amministrazioni centrali, enti territoriali e locali, associazioni di categoria e ordini professionali, quelle sostenute per:
– l’acquisto di un compattatore, volto ad una gestione più razionale e salubre dei rifiuti organici;
– l’installazione di un adeguato impianto di condizionamento/areazione utile ad una migliore circolazione/sanificazione dell’aria;
– l’installazione di un montacarichi, per la circolazione degli ordini della cucina, al fine ridurre i contatti ravvicinati e ripetuti tra il personale addetto al servizio ai tavoli.

No al “bonus sanificazione” per le spese di consulenza


17 SETT 2020 Le spese sostenute per la consulenza in materia di prevenzione e salute sui luoghi di lavoro, per la progettazione degli ambienti di lavoro, l’addestramento e la stesura di protocolli di sicurezza non devono essere considerate ai fini della fruizione del crediti d’imposta di cui all’articolo 125 del decreto rilancio. AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 16 settembre 2020, n. 363)

L’articolo 125 del Decreto rilancio, ha introdotto un credito d’imposta in misura pari al 60 per cento delle spese «sostenute nel 2020 per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati, nonché per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti».
Il comma 1 dell’articolo 125 stabilisce che la disposizione in esame trova applicazione nei riguardi di «soggetti esercenti attività d’impresa, arti e professioni, […] enti non commerciali, compresi gli enti del Terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti».
Il cd. Credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto di dispositivi di protezione è utilizzabile (in base al combinato disposto dell’articolo 125, comma 3, del decreto Rilancio con l’articolo 122, comma 2, lettera c), del medesimo decreto):
– in compensazione, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 (modello F24);
– nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa; o, in alternativa
– entro il 31 dicembre 2021, può essere ceduto, anche parzialmente, ad altri soggetti, ivi compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito.
Con il provvedimento Prot. n. 259854 del 10 luglio 2020 sono stati definiti i criteri e le modalità di applicazione e fruizione dei crediti d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro e per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione, di cui agli articoli 120 e 125 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, nonché le modalità per la comunicazione dell’opzione per la cessione del credito di cui all’articolo 122, comma 2, lettere c) e d), del decreto rilancio.
Il credito d’imposta in esame sostituisce il credito d’imposta già previsto dall’articolo 64 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, per le spese di sanificazione degli ambienti di lavoro e dall’articolo 30 del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 per l’acquisto di dispositivi di protezione nei luoghi di lavoro.
Con la circolare del 10 luglio 2020, n. 20/E, inoltre, sono stati forniti i primi chiarimenti in relazione all’agevolazione qui in esame. In particolare, con tale documento di prassi è stato precisato che il comma 2 dell’articolo 125 del decreto contiene un elenco esemplificativo di fattispecie riferibili alle spese agevolabili, identificate nel comma 1.
Ciò premesso, seppur il comma 2 rappresenti un elenco non esaustivo è necessario che le spese sostenute siano, in ogni caso, riferibili alle attività menzionate nel comma 1. Si tratta, in particolare:1. della sanificazione degli ambienti (e degli strumenti utilizzati), come descritta nel paragrafo 2.2.1 della circolare n. 20/E del 2020;
2. dell’acquisto di dispositivi di protezione individuale (e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti), cfr. paragrafo 2.2.2 del menzionato documento di prassi.
Alla luce di ciò, le spese oggetto della presente istanza (le spese sostenute per la consulenza in materia di prevenzione e salute sui luoghi di lavoro, per la progettazione degli ambienti di lavoro, l’addestramento e la stesura di protocolli di sicurezza) non devono essere considerate ai fini della fruizione del crediti d’imposta di cui all’articolo 125 del decreto rilancio.

Bonus adeguamento degli ambienti di lavoro: escluso l’acquisto di un ascensore


Le spese sostenute nel corso del 2020 per l’acquisto e l’installazione di un ulteriore ascensore non rientrano in relazione alle quali è possibile fruire del credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro, di cui all’articolo 120 del decreto rilancio (Agenzia Entrate – risposta 16 settembre 2020, n. 361).

Il Decreto rilancio ha introdotto un credito d’imposta in misura pari al 60% delle spese sostenute nel 2020, per un massimo di 80.000 euro, in relazione agli interventi necessari per far rispettare le prescrizioni sanitarie e le misure di contenimento contro la diffusione del virus COVID-19, destinato ai soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico.


Il credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro è utilizzabile:


– esclusivamente in compensazione (modello F24) o, in alternativa


– entro il 31 dicembre 2021, può essere ceduto, anche parzialmente, ad altri soggetti, ivi compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito.


Con l’uscita del Decreto Rilancio, la stessa Agenzia delle Entrate ha fornito i primi chiarimenti precisando che gli interventi agevolabili sono quelli necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure finalizzate al contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2, tra cui rientrano espressamente:


– quelli edilizi necessari per il rifacimento di spogliatoi e mense, per la realizzazione di spazi medici, di ingressi e spazi comuni, nonché per l’acquisto di arredi di sicurezza (sono ricomprese in tale insieme gli interventi edilizi funzionali alla riapertura o alla ripresa dell’attività, fermo restando il rispetto della disciplina urbanistica);


– gli interventi per l’acquisto di arredi finalizzati a garantire la riapertura delle attività commerciali in sicurezza (cosiddetti “arredi di sicurezza”).


Ai fini dell’accesso al credito d’imposta è quindi necessario che le tipologie di interventi agevolabili siano stati prescritti da disposizioni normative o previsti dalle linee guida per le riaperture delle attività elaborate da amministrazioni centrali, enti territoriali e locali, associazioni di categoria e ordini professionali.


Ciò premesso, l’acquisto e l’installazione di un ulteriore ascensore che non rientra tra gli interventi agevolabili espressamente previsti da disposizioni normative.


Di fatto le disposizioni Covid-19 destinate agli ascensori prevedono esclusivamente che “l’utilizzo degli ascensori deve essere tale da consentire il rispetto della distanza interpersonale, pur con la mascherina,prevedendo eventuali deroghe in caso di componenti dello stesso nucleo familiare/gruppo di viaggiatori”. Si tratta, quindi, di prescrizioni destinate a regolamentare l’uso degli impianti esistenti che non impongono in alcun modo l’incremento degli ascensori, al fine a garantire la riapertura delle attività commerciali in sicurezza.


Precisazioni sul credito d’imposta per canoni di locazione ad uso non abitativo


Forniti chiarimenti sull’accesso al credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo, previsto dall’articolo 28 decreto legge n. 34 del 2020, da parte di un professionista conduttore in sublocazione di una stanza di un immobile (Agenzia delle Entrate – Risposta 15 settembre 2020, n. 356).

Quesito


Il contribuente avvocato rappresenta di condurre in sublocazione una stanza compresa in un immobile dal 15 febbraio 2017, adibita all’esercizio della propria attività professionale e regolata, trattandosi di utilizzo del bene per finalità diversa da quella abitativa, dalla legge n. 392 del 1978.
L’Istante evidenzia di aver subito nei mesi di aprile e maggio 2020, in conseguenza dell’emergenza da Covid-19, drastiche contrazioni dei redditi derivanti dalla propria attività professionale, che hanno comportato una riduzione in misura superiore al 50% rispetto ai corrispondenti mesi di aprile e maggio 2019.
Chiede all’Agenzia delle Entrate se possa accedere al credito d’imposta previsto dall’articolo 28 decreto legge n. 34 del 2020 (c.d. “Decreto Rilancio”).

Risposta


Considerata la finalità dell’articolo 28 del decreto Rilancio di contenere gli effetti economici negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19 che hanno determinato una riduzione dei ricavi o dei compensi delle attività economiche a fronte dell’incidenza dei costi fissi quali, ad esempio, il canone di locazione, l’Agenzia ritiene che l’Istante potrà, accedere al beneficio previsto dall’articolo 28 del decreto Rilancio, avendo stipulato un contratto di sublocazione disciplinato dalla legge n. 392 del 1978, sempreché sussistano tutte le altre condizioni previste dalla norma agevolativa.